L'EMBLEMA DI "HORA"
 
Origine e sviluppi del computo delle ore all'italiana
 
GIUSEPPE BRUSA

Lo spettacolare quadrante all'interno di Santa Maria del Fiore, a Firenze, è posto sulla parete a tergo della facciata. Fu affrescato nel 1443 da Paolo Uccello, uno dei massimi pittori della sua epoca (nota 1) L'opera non teme confronti in fatto di bellezza e nobiltà, ma anche sotto il profilo orologistico è documento di eccezionale importanza per le sue implicazioni e per la sua antichità.
Riflette infatti una concezione dell'universo in cui il tempo e la sua misura rispondevano a principi teologici e naturalistici che, col trascorrere dei secoli, si sono evoluti anche ad opera dell'orologio meccanico e della fondamentale neutralità della sua funzione.
L'affresco di Paolo Uccello è di forma quadrata e misura metri 4,35 di lato.
Agli angoli, entro medaglioni, sono raffigurate le teste di quattro Profeti, qui assertori del tempo, inteso come parametro di una vita di lavoro e di preghiera.
Le ore, da I a XXIIII, si susseguono in cerchio, in senso antiorario, a cominciare dal punto più basso.
I caratteri romani goticheggianti sono allineati lungo le radiali.
Presuppongono un indice posto al centro e rotante anch'esso in senso antiorario (nota 2).
La lettura risulta difficile, specialmente quando la lancetta indica le ore capovolte sulla sinistra, ma va osservato che anche oggi le ore si riconoscono spesso a colpo d'occhio dalla loro posizione convenzionale piuttosto che da segni astratti e spesso indifferenziati tra loro.
Tale schema non è affatto dovuto alla libera fantasia d'un artista e la sua origine va ricercata nell'antichità, nei tracciati orari di alcuni tipi di orologi solari, o negli orologi astronomici con dischi orari rotanti, mossi dall'acqua e detti "anaforici" (fig.1), di cui scrive l'architetto romano Vitruvio (nota 3).
Nella seconda metà del Duecento si hanno notizie, peraltro imprecise, di quadranti rotanti mossi da pesi; ma si ritrovano in contesti che interessano la misura del tempo a fini astronomici e non la vita pubblica e privata.
Anche gli svegliatori medievali avevano in generale quadranti rotanti, ma costituiscono un tipo a sè, che ha la sua motivazione nella necessità di misurare intervalli di tempo relativamente brevi; e comunque gli esempi noti non sono anteriori al Quattrocento inoltrato (fig.2) e non possono quindi essere assunti ad archetipi.
Il discorso andrebbe sviluppato e corredato di ulteriori documenti, ma qui risulterebbero eccessivi (nota 4).
Sul quadrante di Paolo Uccello le ventiquattro ore, tutte di uguale durata, si contavano originariamente da tramonto a tramonto secondo il computo detto all'italiana, di cui il cerchio orario costituisce inconfondibile testimonianza. Tale computo si era andato diffondendo da oltre un secolo.
Si trattava peraltro di una reinvenzione, in quanto era già stato usato in epoca precristiana in varie località del Mediterraneo orientale. In Italia invece era prevalsa la suddivisione del nittemero (nota 5) in due cicli di dodici ore ciascuno, uno diurno a cominciare dall'alba e l'altro notturno a cominciare dal tramonto.
Le ore quindi variavano di durata secondo le stagioni e erano dette appunto "temporali". Agli equinozi tuttavia le ore erano di eguale durata e la definizione di "equinoziali" venne adottata per distinguerle. Erano state usate dagli astronomi fin da tempi remoti, ma si dovette attendere l'inizio del Trecento prima che diventassero di uso comune. Tra le altre fonti si veda Dante ne Il Convivio (Trattato terzo, VI).
Con l'introduzione della Regola Benedettina, a cominciare dal sesto secolo, si diffuse il computo delle cosiddette ore canoniche, anch'esse basate sui periodi di luce e di oscurità e quindi variabili, che indicavano i momenti della prassi liturgica e che sarebbe più appropriato chiamare segnali canonici. Canti e inni le distinguevano una dall'altra prima che le campane venissero perfezionate e animassero la vita sociale (nota 6). Ai segnali acustici di natura religiosa se ne accompagnarono altri di natura e finalità civili, dati dapprima con trombe e tamburi e successivamente con apposite campane poste su edifici laici.
Il computo in ventiquattro ore uguali a cominciare dal tramonto fu introdotto in Italia nella prima metà del Trecento a fini essenzialmente pratici.
Fu conseguenza, o quanto meno fu favorito dal processo di urbanizzazione già iniziato in Italia nel secolo precedente.
Il computo non era vincolato alla liturgia e anzi riuscì essenzialmente antitetico, confermando l'indipendenza dell'autorità laica da quella religiosa; ma fu soprattutto agli effetti della misura del tempo che l'evento in sé e per il suo impatto costituì una vera e propria rivoluzione.
Le ore medie (di eguale durata , assunsero un ruolo ufficiale e entrarono nella pratica quotidiana della gente comune. La Chiesa continuò a usare nel proprio ambito le ore canoniche (di dura variabile stagionalmente), ma non fece decisa opposizione alla novità.
Il computo all'italiana ebbe inizio a Milano e si diffuse rapidamente nella Penisola, in Boemia e in alcune regioni limitrofe (per cui venne anche detto delle Ore Boeme); costituiva un progresso, ma era suscettibile di miglioramento, tanto che riesce difficile spiegare oggi come abbia potuto durare fino alla fine de Settecento anche in regioni progredite.
I vantaggi che offriva, apprezzabili in un primo tempo, risultarono inferiori agli svantaggi dopo l'adozione generalizzata nell'Europa occidentale, delle ore dette in Italia 'oltramontane', cioè quelle stesse che predominano oggi e che furono sviluppo positivo dell'esempio italiano.
Va considerato d'altra parte che la suddivisione del giorno è argomento complesso per le sue molteplici implicazioni religiose, storiche e astronomiche.
Le concezioni tolemaica e copernicana, il moto apparente della volta celeste, il tempo locale, il tempo solare medio, il tempo solare vero, l'equazione del tempo, il tempo siderale, il tempo di un orologio ideale fedele soltanto a se stesso furono nozioni confuse per i più. Qui le si danno per acquisite.
La prima notizia che specifica inequivocabilmente il computo all'italiana è in una cronaca di Fra' Galvano Fiamma, dell'Ordine dei Predicatori, operoso nel convento di Sant'Eustorgio, a Milano, il quale in un suo Opusculum de rebus gestis...., (in "Rerum Italicarum Scriptores", T. XII, P.IV,p.16) esalta la nuova clamorosa conquista avvenuta nel 1336: la suoneria automatica delle ore medie da uno a ventiquattro su un'apposita campana posta sulla torre della cappella della Beata Vergine, più nota poi come San Gottardo.
L'automaticità, non meno del nuovo codice acustico, costituì indubbiamente una caratteristica straordinaria, quasi magia per gli sprovveduti.,
E' pressoché certo che il risultato fu ottenuto grazie all'invenzione della ruota partitora, o ruota delle tacche, quella stessa presente nelle innumerevoli pendole francesi del Settecento e dell'Ottocento.
I rintocchi del campanile di San Gottardo si seguivano in numero crescente: un rintocco scandiva la prima ora della notte, ventiquattro scandivano il momento del tramonto.
Quanto alle conseguenti variazioni numeriche del momento del mezzogiorno si veda più avanti.
Le parole di Galvano Fiamma rivelano la consapevolezza di un uomo avveduto e il suo entusiasmo per un'innovazione che gli appariva di somma utilità per gli uomini di tutte le condizioni sociali. Le sue parole riflettono un nuovo modo di concepire la città come un organismo attivo fondato sull'operosità dei cittadini.
Il Duomo non era ancora stato iniziato ed è facilmente intuibile che gli edifici di modesta altezza che predominavano ovunque non ostacolavano la diffusione del suono dalla torre di San Gottardo anche a notevole distanza nella pianura.
Ciò è confermato dal Petrarca, che nel 1353, in una lettera scritta da Milano a un caro amico, racconta il gustoso episodio di un seccatore costretto a lasciare la casa del poeta dai provvidenziali numerosi rintocchi di uno di quegli orologi da poco inventati e diffusi in Valle Padana che facevano intendere che l'ora del tramonto era prossima: il seccatore certamente non abitava nelle vicinanze e l'oscurità lo preoccupava (nota 7).
Quello di poter contare su un'adeguata nozione del periodo di luce ancora disponibile fu grandissimo vantaggio in un'epoca in cui l'illuminazione artificiale all'esterno era largamente carente. Il Fiamma non dice che ci fosse un quadrante sulla torre di San Gottardo ed è assai probabile che non ci sia stato, considerato che si trattava di un orologio pubblico semplice e che la dimostrazione visiva dell'ora era in generale assai meno comprensibile e efficace di quella acustica.
Nel 1344 l'orologio della torre del Palazzo del Capitanato di Padova, progettato da Jacopo Dondi, scienziato e padre dei celebre Giovanni, scandiva anch'esso automaticamente le ore, sua sponte, di sua iniziativa. Si è discusso se in origine fosse provvisto di un quadrante astronomico: resta comunque il fatto che, quando l'orologio fu distrutto dai milanesi, quello che lo rimpiazzò, progettato nel 1428 e finito nel 1434, aveva il quadrante in ventiquattroper le ore all'italiana, fondamentalmente quello stesso tipo di quadrante che si ritrova oggi e che, salvo i rimaneggíamenti, è il più antico in Italia (fig. 3). Le ore, diversamente che a Firenze, si seguono in senso orario cominciando e finendo sulla destra, cioè dalla parte dove tramonta il sole e dove comincia la notte per chi guardi verso mezzogiorno. Non è il caso di descrivere qui le indicazioni astronomiche dell'orologio. Resta il fatto che il suo schema orario fu quello più seguito in Italia, benchè il punto dove ha inizio il computo all'italiana sia pressoché facoltativo. I cerchi orari degli orologi pubblici di Mantova (fig. 4), di Venezia (fig. 5) e (fig. 6), di Brescia (fig. 7) e di Cremona (fig. 8), per non citare che esempi famosi, sono simili a quello di Padova. Così pure quello recentemente scoperto a Vittorio Veneto (fig. 9), sul quale sono in corso approfondimenti e che però fa eccezione per la caratteristica rarissima in Italia della numerazione in cifre arabe anziché in numeri romani (nota 8). Esempio a sé stante è quello all'interno della Chiesa di San Zeno, a Verona, dove la numerazione in caratteri romani giacenti comincia dal punto più alto del cerchio orario (fig. 10), mentre al suo interno appare insolitamente un cerchio orario sussidiario con la numerazione corrispondente in caratteri arabi, presumibilmente per favorire la lettura.
L'addentrarci nella casistica dei cerchi orari all'italiana fatti in epoche e località diverse richiama una folla di esempi talvolta discordanti, quando ancora non esistevano schemi standardizzati. Il discorso si fa più complesso se si considerano anche gli orologi domestici, che comunque dovevano essere regolati secondo l'ora vigente nella località dove venivano usati. Fino all'avvento del pendolo, tanta varietà di cerchi orari si ritrova soprattutto in Italia o è connessa a esigenze italiane. Tra le varianti si usarono sempre più cerchi orari in dodici, che peraltro seguivano spesso schemi diversi da quelli pressochè standardizzati usati oltralpe. La riduzione del numero delle ore fu suggerita o meglio imposta dall'opportunità di farle concordare con un numero ridotto di rintocchi, non più ventiquattro ma dodici, come preferitile per motivi meccanici. Si vedano il quadrante posto sulla torre del Palazzo Comunale di Pienza (fig. 11), che risale probabilmente alla fine del Quattrocento e che ha la numerazione in senso antiorario (è stata rimaneggiata per essere usata come orologio solare), nonché i disegni sui frontespizi di due dei più antichi libri di orologeria: Misura del Tempo, di Giuseppe da Capriglia, stampato a Verona nel 1665 (fig. 12), e Horologi Elementari, di Domenico Martinelli, stampato a Venezia nel 1669 (fig. 13). In entrambi la numerazione è in senso orario. ma i punti di partenza sono diversi.
I cerchi orari in sei, che presuppongono la suddivisione del nittemero in quattro cicli di sei ore ciascuno, costituirono uno sviluppo del computo orario all'italiana. La lettura riusciva semplificata e i larghi intervalli tra un numero e l'altro (60°) consentivano di distinguere frazioni di un paio di minuti con una sola lancetta. I cerchi orari in sei furono suggeriti da una preesistente suoneria in sei, di origine bizantina (nota 9), che costituiva una facilitazione anche per l'orologiaio.
Il numero ridotto di rintocchi (84) richiedeva un peso motore ridotto rispetto a quello del computo in dodici (156) e ancor più rispetto a quello del computo in ventiquattro (300). Meccanicamente riusciva inoltre più affidabile. La suoneria in sei venne detta 'alla romana', ma il più antico caso lo si ricorda a Napoli, nel 1481, opera di Antonio Bouchet, catalano (nota 10). Il cerchio orario era in ventiquattro. Un importante e raro esempio in un orologio da mensola quasi certamente italiano è stato descritto e illustrato dal Simoni (La Clessidra, Anno X, N° 8, Agosto 1954).
E' posteriore di circa un secolo a quello del Bouchet e ha la suoneria in sei, ma il cerchio orario é numerato quattro volte da uno a sei in caratteri romani. Al suo interno fa riscontro la numerazione in ventiquattro in cifre arabe. Di epoca più tarda, ma rappresentativi i quadranti di cui alle fig.14 e fig.15.
Numerosi sono gli esempi tedeschi -tra cui vanno inclusi quelli fatti a Praga- che mostrano in sei, in dodici e in ventiquattro. I più antichi risalgono al secondo quarto del Cinquecento. Straordinario e affascinante il quadrante esclusivamente in sei attribuito all'orefice norimberghese Wenzel Jamnitzer (fig.16) fatto certamente per un committente italiano verso il 1570. Le caratteristiche del movimento, che si ritrovano soltanto a sud delle Alpi, la suoneria in sei (con partitora eccezionale) e una tabella incisa sul fondo della cassa, con i dati per calcolare le ore all'italiana, confermano la destinazione a una località della Padania (P.G. Coole & E. Neumann, The Orpheus Clocks, 1972, p.30).
Gli orologi da persona rinascimentali fatti in Germania, di cui tanti esemplari si sono conservati e che in buona parte venivano venduti in Italia, hanno assai spesso due cerchi orari concentrici, quello esterno in numeri romani da uno a dodici e quello interno in cifre arabe da tredici a ventiquattro, per adeguarsi appunto all'uso italiano (fig.17). Si veda anche la variante del prezioso esemplare datato 1562 al Museo Poldi Pezzoli (Catalogo 1983, N° 32) che conferma la stessa possibilità di duplice impiego (fig.18).
Verso la fine del Settecento vennero costruiti in Svizzera orologi da persona con due cerchi orari affiancati, l'uno con numeri romani l'altro con numeri arabi, che consentivano di conoscere l'ora simultaneamente secondo computi diversi. Ebbero una notevole diffusione particolarmente in Italia e continuarono a essere fabbricati, anche dopo che il vecchio computo fu abbandonato, per l'uso in circostanze e con scopi diversi. Si veda l'eccellente articolo di Antonio Simoni "Cronometria di transizione e doppi orologi in La Clessidra, Giugno 1958.
Si è molto discusso dei vantaggi e degli svantaggi del computo delle ore all'italiana soprattutto all'epoca in cui abbandonate, cioè nella seconda metà del Settecento.
A prescindere da motivazioni religiose, storiche e scientifiche su quando effettivamente avesse inizio il giorno, il maggior vantaggio pratico del computo all'italiana consisteva come già accennato nel fatto che, a cominciare dall'alba, si calcolava con sufficiente approssimazione quante ore di luce erano disponibili a seconda del mese.
Agli equinozi erano dodici (senza tener conto del crepuscolo), per cui il mezzogiorno sarebbe scoccato dopo circa sei ore, cioè alle diciotto.
Ai solstizi si doveva tener conto del periodo di luce accorciato o allungato alla latitudine considerata, una nozione assai importante soprattutto nelle regioni nordiche, dove le differenze sono assai rilevanti.
Per le numerose città dell'Italia Settentrionale con latitudine intorno ai 45° (tra cui Milano, Venezia, Padova, Mantova, Verona) la differenza dell'ora del tramonto tra i solstizi è di circa tre ore e trentatré minuti.
Così il mezzogiorno, si verificava grosso modo tra le sedici e quindici d'estate e le diciannove e quarantacinque d'inverno (se il computo aveva inizio dal tramonto e non circa mezz'ora dopo, come si fini per fare).
La precisione lasciava indubbiamente a desiderare anche nell'ambito del computo stesso.
I dati comunque vanno riferiti allora locale e devono tener conto della longitudine oltre che della latitudine della località considerata.
L'evidente aderenza del computo all'italiana all'andamento stagionale richiamava quella delle ore temporali e riusciva più congeniale del computo in ore medie usato dagli astronomi e dagli astrologi (il significato delle due parole nel Medio Evo era comunemente lo stesso).
Il loro computo aveva inizio a mezzogiorno e/o a mezzanotte e richiedeva osservazioni celesti più accurate di quanto non richiedesse la determinazione del tramonto o quella, ancor più approssimativa, del sopraggiungere dell'oscurità.
Il computo all'italiana comportava una complicazione fondamentale: teoricamente, per sincronizzare l'orologio col momento esatto del tramonto sarebbe stata necessaria una correzione giornaliera dell'indicazione, che in Valle Padana avrebbe superato il minuto e che richiedeva un intervento manuale.
Il controllo, spesso impossibile con una meridiana, risultava impreciso al tramonto su un orizzonte accidentato.
In pratica ci si accontentò di correzioni periodiche, più o meno adeguate.
Si utilizzarono tabelle con l'indicazio ne delle variazioni dell'ora locale del tramonto nel corso dell'anno, tabelle che mediamente venivano utilizzate ogni due settimane.
La complicazione peraltro era pressochè trascurabile nel caso degli orologi pubblici, poichè la presenza di un 'temperatore' che ricaricasse quotidianamente l'orologio era pur sempre indispensabile.
Del resto, l'errore meccanico di esemplari a bilancere, esposti a sbalzi di temperatura e scarsamente protetti, richiedeva comunque frequenti interventi.
Quanto agli orologi domestici dovevano necessariamente accordarsi con quelli pubblici.
Queste, che appaiono oggi serie complicazioni, furono tollerabili fino a quando l'avvento dell'orologeria di precisione non rese possibili standard più accurati che si imposero con l'evolversi dell'organizzazione sociale.
Il vantaggio di un meccanismo che spostasse automaticamente l'indicazione del momento del tramonto (senza interferire sul moto) dovette ben presto apparire ovvio.
Si sarebbero evitate le tabelle stagionali e si sarebbe semplificato il compito del temperatore.
Sono noti tuttavia soltanto due esempi di antichi meccanismi escogitati allo scopo, che rispondono a orientamenti diversi.
Il primo, riportato alla luce solo recentemente, è del 1473, nel notissimo orologio pubblico di Mantova, dove Bartolomeo Manfredi applicò un congegno senza precedenti per mezzo del quale la lancetta delle ore all'italiana si sposta uniformemente in avanti dal solstizio d'inverno a quello d'estate e all'indietro da quest'ultimo a quello d'inverno così da coincidere quotidianamente col momento del tramonto locale (nota 11).
E' una correzione media e pertanto imperfetta (date le più minute irregolarità del moto del sole), ma meccanicamente geniale e migliore di quella operata manualmente.
Una soluzione con lo stesso intento, ma fondata su una meccanica diversa, fu introdotta nel famoso orologio pubblico di Praga (fig.19), quando l'originale, costruito verso il 1410, fu modificato e perfezionato nel 1478 e negli anni immediatamente successivi . Con la soluzione adottata in questo caso l'indice delle ore rimaneva fisso ed era il cerchio orario in ventiquattro che si spostava secondo l'andamento stagionale (si veda la monografia di Zdenek Horsky, Prazsky Orloj, 1988). Può sorprendere a tutta prima che, a quanto risulta, né l'uno né l'altro esempio abbiano avuto seguito, ma la complicazione richiedeva un maggior costo reso superfluo dalla presenza del temperatore, che doveva comunque caricare l'orologio una o due volte al giorno. Va tenuto anche conto che, dopo l'introduzione del pendolo, si rese possibile regolare opportunamente la marcia agendo sulla lente principale o, ancor meglio, su quella sussidiaria di cui molti grandi orologi furono dotati. Va tenuto conto altresì che in Boemia e nelle regioni limitrofe il computo da tramonto a tramonto venne abbandonato assai prima che in Italia.
Tra gli svantaggi del computo all'italiana stava la maggior difficoltà auditiva di conteggiare l'elevato numero di rintocchi, nonostante il pubblico venisse preavvisato dallo squillare di una apposita campanella. La suoneria in sei, per quanto pratica, era in ultima analisi un modo elegante di aggirare la difficoltà. Un rimedio radicale fu invece la replica, detta in gergo ribotta, cioè la ripetizione dopo un breve intervallo dello stesso numero di rintocchi, un rimedio doppiamente nemico di Morfeo, ove la suoneria non fosse stata staccata dal temperatore durante le ore del sonno. L'alto numero di rintocchi comportava comunque la probabilità che la suoneria sconcertasse, cioè sbagliasse con maggior frequenza.
Si escogitò quindi una partitora sussidiaria (fig. 20), di diametro molto ridotto rispetto alla partitora principale, con sei tacche soltanto tagliate a intervalli diversi (1, 2, 3, 4, 3, 2). Era disposta in modo che il blocco della suoneria potesse aver luogo soltanto quando una sua tacca coincideva con una tacca della partitora principale.
Offriva affidabilità ed era un'invenzione geometricamente sapiente e meccanicamente ingegnosa, ma costituiva una notevole difficoltà se l'orologiaio era di modesto livello.
Il Simoni (in La Clessidra, Dicembre 1966, pp.16-20) sostenne che la partitora sussidiaria fu invenzione di Iacopo Dondi usata nell'orologio pubblico di Padova e non lo si può escludere, ma il documento relativo é suscettibile di una diversa interpretazione non meno convincente (Bedini & Maddison, Mechanical Universe, 1966, pp.17-19). L'unica partitora sussidiaria conservatasi nel suo contesto è quella dell'orologio pubblico di Praga, un orologio monumentale che è anche un monumento alla storia dell'orologeria.
Nella seconda metà del Settecento, quando anche in Italia si adottarono gradualmente le ore all'europea, ci furono ancora non pochi difensori del vecchio computo, come si è accennato. Si veda per esempio l'abate Giulio Cordara De' Conti di Calamandrana che nel 1783 fece stampare in Alessandria un piccolo trattato dal titolo De' Vantaggi dell'Orologio Italiano sopra l'Oltramonano, in cui si riproduceva una dissertazione da lui tenuta alla locale Accademia degli Immobili (la denominazione appare particolarmente significativa in questo caso).
Del resto, non molti anni prima, un eminente astronomo francese, Jerome de Lalande, aveva trovato il computo all'italiana soddisfacente per la pratica quotidiana (Voyage d'un Français en Italie.... Venezia 1769, vol. I, pp. xxxii-xxxviii), osservando che ovunque gli orologi dovevano essere messi all'ora secondo il tempo solare vero di una località prescelta come standard, che costituiva il tempo legale e che presentava diversità rispetto al tempo medio dell'orologio.
Perciò si richiedeva comunque una correzione, di più modesta entità, ma pur sempre un intervento manuale ove non fosse presente un congegno per l'equazione del tempo.
L'uso delle ore in ventiquattro a cominciare dal tramonto risulta frequentemente in documenti, lettere, opere storiche e letterarie dal Trecento al Settecento. Non di rado, anche nello stesso contesto, si usano per comodità indicazioni meno rigorose quali: all'alba, all'Angelus, all'Ave Maria, al coprifuoco, all'imbrunire, all'ora di pranzo, a notte fonda e altri segnali canonici e civici. Ho riferito in altra sede (L'Arte dell'Orologeria in Europa..., 1978/1982, pp. 29-30) alcuni esempi indicativi dell'uso delle ore all'italiana, quali la cronaca trecentesca del supplizio di Fra' Michele Minorita e le lettere di Francesco Datini, il "mercante di Prato" per antonomasia, scritte agli inizi del Quattrocento. Innumerevoli se ne potrebbero aggiungere, ma mi limito qui a due opere letterarie.
La novella XXIX, da Il Novellino di Masuccio Salernitano, scritta verso il 1470, offre una progressione cronometrica esemplare: si è ritardata la cena, tanto che scoccano le tre ore di notte, alle cinque il primo spasimante della protagonista è costretto a fuggire nel buio dal sopraggiungere del secondo spasimante, il quale verso le dieci (quando era ancora notte) rimane vittima di un pessimo tiro del terzo spasimante.
Tenuto conto che siamo di Gennaio a Napoli, le ore attuali corrispondenti sono all'incirca le venti, le ventidue e le tre del mattino. Non meno evidente il Cellini: " ... Avevo aspettato insino a dua ora di notte e allora comparse il Duca... Così appiccammo ragionamento, e passammo insino alle cinque ore. Alle cinque ore poi io presi licenzia e andatomene nella mia osteria, trovai apparecchiato meravigliosamente... e per essere a quel modo soprastato più di dua ore fuor della mia ora del mangiare, mangiai con grandissimo appetito..." (La Vita, ed. Einaudi, 1954, pp. 213-214).
E i visitatori stranieri? Il Dürer sembra a suo agio e termina una lettera diretta da Venezia a Norimberga: "Scritta a Venezia all'ora nona della notte, subito dopo la Candelora [2 febbraio] dell'anno 1506." Era quindi passata da un pezzo la mezzanotte. Sorpresa e divertita la reazione del giovanissimo Mozart, che nel Gennaio del 1770 scrive in italiano alla sorella: " ... Cospeto di Baco, che allegria; ma ciò ch'è il più bello è questo: che circa alle 7 verso le 7 e mezzo andiamo già a letto...". Serio e meticoloso il Goethe, che nel 1786 a Verona elaborò per suo uso personale una tabella per la conversione delle ore dal computo italiano a quello oltramontano (nota 12).




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