nota 1. Si veda in particolare: Umberto Baldini, L'Orologio di Paolo Uccello nel Duomo Fiorentino, s.l. nè d. Un ottimo saggio illustrato, sulla riscoperta dell'affresco originale, con la menzione dei documenti comprovanti la data del pagamento dell'opera e la tabella di corrispondenza delle ore indicate originariamente dall'orologio con quelle attuali. Va rilevato che il momento del tramonto coincideva con l'Ave Maria e che per praticità tale momento veniva spostato di un quarto d'ora due volte al mese.

 
 
 
nota 2. L'indice originale è andato perduto, ma è pressochè certo che fosse a forma di stella con un raggio più lungo per indicare l'ora, come risulta in altri casi ( per esempio nell'affresco del 1480 nella Chiesa di Ognissanti a Firenze, dove il Botticelli ha dipinto un orologio nello studio di Sant'Agostino). L'indice attuale è ispirato a una stella disegnata da Paolo Uccello per una delle vetrate della cupola. Anche il movimento originale è andato perduto e le sue caratteristiche non mi sono note, così come non mi è noto il nome dell'orologiaio.

 
 
 
nota 3. De Architectura, Liber VIII. Sono ben noti i frammenti dei quadranti bronzei di due orologi tardoromani del tipo detto anaforico, che mostrava cioè l'ascensione degli astri e il progresso del giorno. I frammenti del più antico sono nel Museo Carolino Augusteum di Salisburgo, gli altri nel Musée des Antiquités Nationales, St-Germain- en-Laye. Circa la possibilità che la numerazione in senso antiorario derivi da quella di certi tipi di orologi solari mancano testimonianze dirette, ma è comunque interessante ricordare i quadranti verticali degli orologi meccanici introdotti verso il 1650 da Johann I Buschmann, di Augsburg, uno dei massimi esponenti dell'arte dell'orologeria dell'epoca. In essi la lancetta delle ore procede da sinistra di sottovia verso destra nel senso dell'ombra proiettata da uno gnomone sullo stesso semicerchio orario. Gli approfondimenti sulle finalità del Buschmann e sulla meccanica della sua invenzione eccedono peraltro i limiti prefissi al presente articolo. Si veda M. Bobinger, Kunstuhrmacher in AltAugsburg, 1969, pp. 83-93, figg.34, 48-51.

 
nota 4. La letteratura sull'argomento è assai vasta. Opere fondamentali sono: G. Bilflnger, Die Mittelalterlichen Horen und die Modernen Stunden, 1892; e G. Dohrn-Van Rossum, Die Geschichte, der Stunde, 1992. In lingua italiana l'argomento è trattato fra gli altri da A. Simoni in Orologi Italiani dal Cinquecento all'Ottocento, 1965; e da G. Brusa, in L'Arte dell'Orologeria in Europa, ristampa con addenda 1982; nonché da quest'ultimo in Early Mechanical Horology in Italy, in "Antiquarian Horology", Spring 1990, pp. 485-513.

 
 
nota 5. Il vocabolo deriva dal greco antico e risale a Tolomeo. Quantunque usato raramente in italiano, evita l'ambiguità di "giorno" riferito indifferentemente al solo periodo di luce o all'intero cielo diurno e notturno. Definisce il fenomeno astronomico nella sua interezza.

 
 
 
 
 
nota 6. Non risulta quando furono inventate le tipiche grandi campane per uso pubblico e conventuale che si diffusero sempre più in Europa dagli inizi del secondo millennio dopo Cristo. Ci fu un'evoluzione probabilmente lunga. Non poco si è scritto in proposito. Testimonianza significativa è quella del monaco francese Honorius Augustodunensis, detto il Solitario, che intorno al 1130 scrisse che i segnali che all'epoca sua venivano dati mediante le campane, una volta venivano dati mediante le trombe (Du Cange, Glossarium..., 1884, Vol. II, p. 56). Ma siamo pur sempre nel vago in fatto di date.

 
 
nota 7. G. Fracassetti ed., Francisci Petrarcae Epistolae de Rebus Familiaribus et Variae, 1863, Vol. 3, epistola 44. Il Petrarca fu tra gli uomini più informati della sua epoca. Va ricordata la sua fratellanza con Giovanni Dondi, il quale appare nel testamento del poeta come il primo di tutti i suoi amici.

 
 
 
 
 
nota 8. Gli orologiai medievali e rinascimentali attivi in Boemia favorirono invece la numerazione in cifre arabe, stando fra gli altri esempi ai cerchi orari degli orologi pubblici di Praga (v. più avanti) e di Olmutz, per il quale si veda A. Ungerer, Les Horloges Astronomiques et Monumentales les plus Remarquables, 1931, pp. 449-458.

 
 
 
 
nota 9. Ne riferisce intorno alla metà del VI secolo lo storico e consigliere imperiale Procopio, che visse anche nell'Italia meridionale. Credo probabile però che la suoneria in sei dell'orologio pubblico di Gaza, da lui ricordata, distinguesse le ore temporali ( H. Diels, Über die von Prokop beschriebene Kunstuhr von Gaza,1917)

 
 
 
 
 
nota 10. Si veda G. Filangeri, Documenti per la Storia, le Arti e le Industrie delle Provincie Napoletane, vol. VI, 1891, dove si precisano il pagamento e alcune caratteristiche del grande orologio da camera fatto dal Bouchet per conto del Duca di Calabria. Dai documenti relativi non pare che la suoneria in sei fosse una novità.

 
 
 
 
 
nota 11. Il congegno di correzione automatica di marcia nell'orologio pubblico di Mantova risulta dal particolareggiato trattato scritto nel 1556 da Francesco Filopono, uomo di lettere e orologiaio, che fu incaricato all'epoca del restauro dell'orologio. Non si sarebbe saputo nulla del congegno se, dopo quattro secoli, Alberto Gorla, incaricato a sua volta del restauro della macchina e della ricostruzione scientifica dei ruotismi astronomici mancanti, non avesse studiato il testo del Filopono, rimasto manoscritto, e non avesse genialmente intuito la costruzione e il funzionamento del congegno. A proposito del ricostruito quadrante con le ore in ventiquattro, va rilevato che, per esigenze particolari, è stato aggiunto un indice delle ore ufficialmente in uso attualmente e che pertanto, rispetto a questo indice, quello delle ore all'italiana deve risultare spostato in avanti di quattro ore e quindici minuti al solstizio d'inverno, di sei ore agli equinozi e di sette ore e quarantacinque minuti al solstizio d'estate (salvo tener conto della differenza tra l'ora ufficiale e quella locale).

 
nota 12. E. G. Holt, Storia documentaria dell'arte, 1972, p.241. J. Lowry in Horological Journal, December 1949, p. 763. L. Scarcella in La Clessidra, Anno IX, Febbraio 1953. Per quel che riguarda il Dürer, fu probabilmente facilitato dal fatto che anche nella sua Norimberga era in uso all'epoca un insolito computo orario secondo il quale le ventiquattro ore venivano divise in due gruppi, l'uno costituito da quelle di luce e l'altro da quelle di oscurità. L'entità numerica di un gruppo variava secondo l'andamento stagionale passando da 8 a 16 a 8 ore, mentre l'entità dell'altro era inversamente proporzionale.